Home > Eventi > Ad IPSIA del Trentino il “premio solidarietà 2018” della Fondazione Trentina per il Volontariato Sociale

Nella splendida cornice di palazzo Bertelli, nel Comune di Caderzone Terme, questo 22 maggio è stato quest’anno assegnato il premio solidarietà 2018 ad IPSIA del Trentino e alla comunità di Caderzone per il progetto di accoglienza di una famiglia siriana con uno dei primi corridoi umanitari.

Alla cerimonia di premiazione: Flavia Frigotto, assessora del Comune di Caderzone e volontaria, il presidente di IPSIA Giuliano Rizzi e la presidente della Fondazione Trentina per il volontariato sociale Nicoletta Molinari

Il progetto era finalizzato a dare accoglienza ad una famiglia siriana in fuga dalla guerra grazie ai cosiddetti “corridoi umanitari” che la Comunità di S.Egidio insieme a Tavola Valdese e Governo Italiano hanno avviato nel 2017. Miirava a fornire i servizi base per condurre una vita dignitosa e a cercare di integrare in una piccola comunità della Provincia di Trento (in linea con lo spirito dell’accoglienza diffusa sul territorio, come auspicato da Cinformi) i 7 membri di una famiglia (2 coniugi con i loro 5 bambini da 0 a 8 anni) selezionata dalla Comunità di S. Egidio nei campi profughi del confinante Libano e affidata ad IPSIA del Trentino.

La famiglia appena sbarcata a Fiumicino

Il progetto aveva una peculiarità fondamentale: il non aver supporto finanziario e questo imponeva di cercare soluzioni alternative per mettere in campo tutte quelle azioni necessarie all’inserimento della famiglia che è sbarcata a Fiumicino il 27 aprile 2017. Un privato ha messo gratuitamente a disposizione a Caderzone la sua abitazione per ospitare la famiglia, alcuni volontari dell’associazione sono andati a prendere i profughi all’aeroporto e sono tornati tutti insieme in treno (a differenza dei più usuali pullmini o pullman utilizzati per progetti più grandi). Il viaggio è stato pagato dal circolo ACLI di Vezzano e San Giuseppe di Trento. Con il furgone della Parrocchia di San Pietro in Trento sono infine stati trasferiti nel piccolo paese della Val Rendena, che – a dispetto della timidezza/ostilità verificatesi nell’attesa (il progetto era stato condiviso con le istituzioni locali e presentato in un affollato e accorato dibattito alla cittadinanza un paio di mesi prima) – li ha accolti con generosità.
La scommessa alla base del progetto era che diverse persone nel paese o nelle comunità limitrofe si sarebbero messe in gioco: e così è stato. Alcune si sono rese disponibili a seguire la famiglia in diversi momenti del giorno in modo gratuito, con delle visite quotidiane, altre per l’accompagnamento ai servizi, un’associazione locale (Trentino Solidale) ha fornito in parte il cibo in modo gratuito perché potessero cucinare (in modo autonomo), altre (Caritas decanale) i vestiti, altre (Vite Intrecciate) momenti di integrazione, altri si sono prodigati per l’inserimento dei bambini a scuola ai diversi livelli, per l’accompagnamento ai servizi. Le ACLI provinciali hanno fornito un piccolo supporto nei primi mesi mettendo a disposizione part-time un ragazzo del servizio civile e un operatore (con esperienza nei campi profughi libanesi) che facesse da traduttore (la famiglia parlava essenzialmente solo arabo) e che progressivamente si ritirasse “costringendo” i membri a interagire in modo progressivo con le persone del posto. Ci si è attivati presso i competenti Servizi della PAT per ottenere il riconoscimento dello status giuridico di rifugiati, per l’ottenimento della tessera trasporti e della tessera sanitaria. Alcune persone generose hanno pagato loro le utenze, fatto avere loro vestiario e cibo, hanno regalato biciclette e una tv, hanno organizzato dei corsi di italiano. Ad un certo punto le persone che si sono mosse in modo spontaneo si sono organizzate in modo informale in un gruppo, denominato “Accoglienza e Solidarietà” e coordinato dall’assessore alle politiche sociali del Comune di Caderzone, al fine di essere più efficace nel raggiungimento dell’autonomia della famiglia ed evitare approcci assistenzialistici.
La valenza simbolica del progetto era altissima: ospitare gratuitamente una famiglia di profughi in una terra (la val Rendena) piuttosto chiusa e più specificamente nel paese dove soggiorna da sempre durante le vacanze un importante esponente leghista.
Ma il progetto aveva anche un altro importante risvolto molto più concreto: risvegliare energie sopite della comunità trentina, rimettere in moto la solidarietà, l’umanità e ridare motivazione a gruppi/persone che avrebbero potuto a loro volta rilanciare altre iniziative, o almeno dare respiro a un tessuto sociale che sembra essere apatico e refrattario.
E proprio mentre il progetto stava andando per il meglio, un giorno, la famiglia siriana ha deciso di partire per la Germania. Un evento che ha sorpreso tutti e ha lasciato con l’amaro in bocca quanti si erano prodigati con tanta energia. Anche se difficile da digerire, questo ha significato aver portato a termine il proprio obiettivo che non era quello di rendere stanziale la famiglia quanto di accompagnarla: il susseguirsi di episodi politici che hanno fatto talora pensare alla chiusura del Brennero e ad una maggiore difficoltà nel potersi ricongiungere con la numerosa comunità siriana presente in Germania, ha accelerato significativamente in loro la paura di rimanere isolati da quelle sicurezze che la loro mentalità trova nel clan etnico. Ma mentre il progetto nel concreto è così di colpo venuto a mancare, non è affatto svanito il gruppo di volontari che si è creato. E così qualche mese dopo, di fronte alla possibilità di ospitare nuovamente una famiglia (segnalata e supportata da alcuni focolarini), in questo caso di profughi afgani minacciati per questioni religiose, si è avuto un nuovo inizio dell’attività di accoglienza, una nuova sfida…

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