Home > Cosa facciamo > Progetti di Cooperazione allo Sviluppo > POZZO NEL VILLAGGIO DI ACARARA, NIGER

2011, Libia, guerra: un Tuareg emigrato in Libia dal Niger a causa del conflitto vissuto dal suo popolo, è costretto nuovamente a fuggire e arriva in Italia, prima a Lampedusa e poi a Trento: il suo nome è Mussa.

Nell’estate 2019, dopo parecchi anni di assenza, ritorna in Niger, nella terra dei padri e dei nonni. Con gli occhi dell’uomo che era diventato rivede la durissima esistenza di chi è costretto ad affrontare quotidianamente lunghi viaggi per rifornirsi d’acqua, a volte anche abbandonando la propria terra e sente la responsabilità di non poter restare a guardare.

Fu così che al rientro da quel viaggio, nel settembre 2019, unicamente con le sue risorse economiche e guidato da coraggio e fermezza, Mussa decide di avviare un progetto per la comunità: creare condizioni di vita migliori ad Accarara, un’area desertica nel comune di Tokoukoute, a circa 70km da Agadez, capoluogo della regione dell’AIR, scavando un pozzo, piantando alberi, avviando coltivazioni e costruendo ripari: una lotta decisamente impari contro il deserto, difficilissima e piena di ostacoli.

Aman Iman”, “l’acqua è vita”, dice un proverbio in lingua Tamaschek, la lingua Tuareg. E così doveva essere, per dare speranza di vita migliore alla sua gente.

Accarara si trova nel bel mezzo del deserto del Sahara nigerino, zona arida per circa 8 mesi all’anno a causa di una costante riduzione del periodo delle piogge dovuta soprattutto ad un marcato cambiamento climatico e ad un vento fortissimo che soffia incessante tutti i giorni.

In quella zona vi stanziano Tuareg e Fula, popoli che ogni giorno affrontano fatiche immense per sopravvivere e lunghi viaggi per approvvigionarsi d’acqua.

Le piogge non arrivano ogni anno. Possono passare anni senza una buona stagione delle piogge e per tale ragione molte persone abbandonano la loro terra, rifugiandosi in luoghi già abitati da altri in difficoltà, spesso causa di tensioni che determinano la necessità di spostarsi ancora più lontano. Se ci sono buone stagioni di pioggia, alcuni ritornano, in quanto, grazie alla formazione di ampie pozzanghere e alla crescita di una sparuta vegetazione, è possibile trovare acqua “potabile” e un po’ di pascolo per gli animali.

Altri si sono rifugiati nelle città, come profughi del deserto, costretti in situazioni di precarietà che prima o poi rendono necessario spostarsi ancora.

L’unica attività praticata è una forma di arcaica pastorizia, esercitata esclusivamente per sopravvivere, in forme basiche e con pochi capi di bestiame, soprattutto capre.

Le abitazioni sono zeribe costruite con rami intrecciati e teli. Il freddo dell’inverno e una scarsa quantità di legname disponibile, appena sufficiente per la preparazione del cibo, contribuiscono al diffondersi di patologie, soprattutto nei bambini. Le condizioni igieniche sono estremamente precarie e nella zona non esiste alcun servizio scolastico e sanitario.

Il luogo dello scavo fu definito attraverso le antiche conoscenze tuareg su come trovare l’acqua. Scavare lì non è come affondare nel burro e sbagliare luogo non è errore da potersi permettere, soprattutto se sai che devi contare solo sulle tue risorse. Per fortuna non è andata così.

Una picconata dietro l’altra, un centimetro dopo l’altro, ed è stata trovata l’acqua: circa 20 metri per il primo occhio e poi giù fino a 32, larghezza due metri, per intercettare una falda di grande portata che ha donato gioia e gratitudine infinita. Quasi un anno di lavori realizzati dai fratelli, gente del posto e da ragazzi esperti della città di Agadez.

Una volta trovata l’acqua, Mussa ha acquistato una rudimentale pompa a benzina, che fino ad ora si è rotta un giorno sì e un giorno no, permettendo di estrarre più agevolmente l’acqua per le persone, abbeverare gli animali e sperimentare le prime piccole e incerte forme di coltura: patate, grano, meloni e altro. Attorno al pozzo ha sostenuto la costruzione dei primi ripari realizzati con mattoni di argilla fabbricati manualmente grazie all’acqua e al sole.

Dopo un anno di faticosi lavori costati a Mussa enormi preoccupazioni, notevoli sforzi economici per finanziare l’impresa e qualche debito, nel luglio 2020, incontra Ipsia del Trentino ODV che assieme a Bambini nel deserto, Ong che dal 2000 realizza progetti e programmi intervento nei paesi del Sahara e del Sahel, decidono di presentare una richiesta di finanziamento alla Regione Trento Alto Adige per dare una svolta strutturale ai lavori e permettere a Mussa di proseguire il suo progetto con ulteriori importanti avanzamenti. A far da controparte in Niger, Afaa, un’organizzazione tuareg che avrebbe ricoperto il ruolo di braccio operativo locale per le opere previste nel progetto.

A maggio 2021, quando abbiamo raccontato questa storia sul periodico delle ACLI Trentine, speravamo nel buon esito della richiesta, dalla quale sarebbero dipesi i molti lavori in programma: consolidare il pozzo e metterlo in sicurezza; installare l’impianto di pompaggio dell’acqua sostituendo così la rudimentale pompa a benzina; installare l’impianto fotovoltaico per garantire l’energia elettrica necessaria per il corretto funzionamento della pompa; costruire un serbatoio d’acqua per garantire una riserva e lasciare riposare il pozzo; predisporre un impianto canalizzato per portare l’acqua nella campagna circostante e garantire un adeguato rifornimento.

Finalmente, nel settembre 2021, giunge l’attesa notizia: la Regione accoglie la domanda di finanziamento, coprendo metà di quanto richiesto. Inoltre, anche il Comune di Trento diventa un altro co-finanziatore del progetto.

Attorno a Natale Mussa viene a sapere che a Trento, città così lontana dalla sua terra, una donna trentina, Camilla Lunelli, aveva trascorso parte della propria giovinezza vicino al suo popolo, all’interno di un Progetto di cooperazione internazionale. Con grande desiderio di confronto, chiede di poterla incontrare. Un incontro per lui molto significativo. Ma la cosa ancor più inaspettata è che da questo passaggio nasce l’opportunità di individuare il finanziatore in grado di coprire la parte mancante per la realizzazione del Progetto. Di lì a poco infatti Mussa viene messo in contatto con la Fondazione Gino Lunelli che, letto il Progetto, decide di finanziarlo, portando così certezza alla partenza delle nuove opere.

Ed è così che ulteriori passi sono stati compiuti:

10 marzo 2022: primo collegamento on line Trento-Roma-Agadez, per accordarsi sui passaggi da compiere.

17 marzo 2022: sopralluogo di Afaa. Si rileva la necessità di approfondire lo scavo di ulteriori 3 metri.

3 maggio 2022: il serbatoio d’acqua viene istallato ad Accarara, una torre d’acciaio che svetta nel deserto.

Maggio-giugno -luglio: iniziano i lavori di installazione dell’impianto fotovoltaico, della pompa e dell’impianto di irrigazione.

Siamo quindi ora nella fase finale del progetto per quanto riguarda le strutture, condizione per poter dare ulteriore sostegno alla vita di Accarara e poter pensare, con i tempi necessari a simili cambiamenti, allo sviluppo di un villaggio rurale.

Il pozzo rappresenta una speranza di vita per alcune centinaia di persone. Ora che le strutture stanno per essere installate, l’agricoltura andrà aiutata a prendere forma, quel deserto verrà contrastato dal verde delle piante che Mussa ha iniziato a piantare e tutto ciò potrà davvero rappresentare una protezione per la comunità e l’avvio di una vita migliore, svincolandosi da quei lunghi viaggi in cerca di acqua e cibo per stanziare e ritornare finalmente e giustamente.

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